Il degrado cui vengono giornalmente sottoposti tutti i generi dell’elettronica grazie all’impegno di personaggi come questo, che hanno simili in tutto il mondo. Grazie all’opera di culturalizzazione degna della psicopolizia di 1984, tali persone ci permettono di vivere in un mondo dove la gente chiama àus tutto quello che passa in discoteca, che pensa che la goa trance sia l’ultimissima rivoluzione (”minchia! viene dal futuro!”) e che minimal sia una marca di occhiali da sole.
Allora ho pensato che da oggi potrei inserire, di tanto in tanto, qualche topic in cui chiarire alcuni degli errori che, grazie alle mode e ai loro sostenitori, permettono che la storia della musica elettronica sia ampiamente dimenticata.
Partiamo subito con un classico: la parola Electro. Abusata fino alla nausea, si tratta del termine con cui venne definito il primo vero genere elettronico, nato dall’hip-hop tra gli anni ‘70 e gli ‘80, e che attorno all’85 genererà la house e la techno. Per fare due esempi illustri, di questo filone sono sicuramente le hit Planet Rock di Afrika Bambaata e di Rock It di Herbie Hancock
La parola viene ora utilizzata dai clubbers (odio questo termine che non significa più niente), ma anche artisti, label e spessissimo anche dagli utenti di Discogs. per indicare l’electro-house, ultima degenerazione della house, molto di moda nell’ultimo lustro. Inutile dire che usato così, il termine suona come una bestemmia.
Un altro termine utilizzato davvero a sproposito è minimalista. Il termine minimalismo, oltre ad indicare un certo filone all’interno della musica classica sul quale non voglio dilungarmi per ignoranza personale in materia, sta ad indicare quella corrente che ha avuto il suo svolgimento tra gli anni ‘60 e ‘70, in cui per la prima volta si sperimentavano composizioni, vere e proprie suite non più classiche, con l’utilizzo quasi esclusivo di sintetizzatori. Pionieri in questo genere sono maestri della musica novecentesca come il compositore Philip Glass e Jean-Michelle Jarre. Un brano su tutti può rappresentare la stagione minimalista. Si tratta del successo datato 1973 di Mike Oldfield, il quale in seguito passerà con altrettanto successo al pop: Tubular Bells
Invece ormai si confonde con minimal, che è il genere nato all’inizio degli anni 2000 dal matrimonio tra certa house e certa techno seguendo il motto “Less is more”. Forse la sua paternità è dovuta a Ritchie Hawtin, quando ancora si faceva chiamare Plastikman. Sentitevi il suo album Closer del 2001 e ditemi voi se a roba che va sotto il nome di minimal oggi è degna o no di lavori come quello.
In ogni caso, niente a che vedere con il minimalismo.